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LA SOLA EQUITAZIONE CHE VALGA - Tratto dal manoscritto di Jean Saint-Fort Paillard, medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Londra nel 1948. - testo di Francesco De Giorgio |
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Vi invito vivamente alla lettura di questo scritto pubblicato ormai quasi 30 anni fa da Jean Saint-Fort Paillard, che ci fa comprendere ancor di più quanto sia importante non dimenticare gli insegnamenti, la filosofia ed il buon senso dei Grandi Maestri dell'Equitazione, che si basavano sull'utilizzo della mente e non della forza bruta. Condivido e sottoscrivo pienamente i concetti riportati in questo scritto.
"Così, da un'analisi onesta e abbastanza approfondita condotta senza pregiudizi e al di fuori di ogni idea ricevuta, si ricava una certa concezione dell'equitazione, la sola che sia degna di essere incoraggiata e perpetuata. Il problema equitazione può allora essere considerato come posto.
Per risolverlo è evidentemente a partire da questa concezione che debbono essere pensati, formulati e messi in pratica i procedimenti ed i metodi appropriati, sia per l'istruzione dei cavalieri, sia per l'addestramento e l'impiego dei cavalli.
In modo complementare è anche alla luce di queste concezioni che dovrebbero essere definitivamente condannate e rigettate tutte le pratiche che, ora che gli uomini non hanno più la scusa della necessità ed è ragionevole che non abbiano più quella dell'ignoranza, sono in buona posizione per disonorare l'equitazione moderna.
Perché, dopo tutto siamo certi di essere usciti dai tempi dell'oscurantismo, dell'empirismo e della crudeltà? Lo siamo veramente?
Nel Medioevo tutta l'arte del cavaliere era scegliere tra innumerevoli morsi, derivati da non si sa quale ingenuo delirio, «quello» che conveniva a questo o quel cavallo. Ma che fanno di diverso tanti cavalieri contemporanei che sembrano cercare la soluzione dei loro problemi soltanto nella scelta e nella combinazione di imboccature e di sistemi di redini altrettanto ingenui e talvolta anche deliranti?
Si dice che certi Romani sospendevano agli anteriori dei loro cavalli piccoli rulli di legno che battevano loro i cannoni ad ogni passo e così ottenevano una specie di passeggio... ma cosa fanno di diverso tutti coloro che, armati di fruste o di bastoni, picchiano sulle gambe dei loro cavalli per ottenere quello che costoro chiamano piaffo?
Quanto alla crudeltà, chi oserebbe dunque affermare che è stata bandita dall'equitazione moderna? Oltre i tormenti che tanti cavalieri continuano a far subire ai loro cavalli con il pretesto di addestrarli, non si sa, non si vede che la violenza e la brutalità sono sempre, ahimè, pratiche troppo correnti? E non è grave che certi colpevoli siano rinomati cavalieri e che essi possano continuare ad appartenere impunemente a quello che dovrebbe essere il gruppo eletto?
E non è penoso che contemporaneamente alcuni continuino a compiacersi della «tradizione», del «valore educativo dell'equitazione» e «dello spirito cavaliere», mentre altri si ostinano a bisticciarsi in nome dei sedicenti «grandi principi» di questa o quella sedicente «scuola»?
Non è tempo di liberarsi dei pregiudizi e delle idee ricevute e di rigettare molti modi di fare che non sono veramente più degni degli uomini istruiti e civilizzati che pensiamo di essere diventati?
Non bisogna infine riconoscere che in ogni tempo l'equitazione è stata per l'uomo una privilegiata occasione di soddisfare il suo istinto congenito di dominio e qui il suo orgoglio o la sua vanità? Per secoli e secoli, finché non si è accorto che poteva applicare la propria intelligenza anche all'equitazione (ciò che non è d'altra parte un fatto molto vecchio e, da questo punto di vista, la gente di cavalli non ha da essere così fiera del suo passato), si è abbandonato unicamente alle sue reazioni istintive non cercando di migliorarne l'efficacia che con procedimenti puramente empirici.
Non bisogna ammettere, poiché è sufficiente osservare se stessi o guardare gli altri per convincersene, che l'utilizzazione irrazionale di cavalli poco o male addestrati tende ad incoraggiare e a sviluppare i caratteri istintivi dell'individuo che, l'abbiamo già sottolineato, non sono i migliori e sono anche il più delle volte cattivi?
Non bisogna anche prendere coscienza che uno degli errori più costanti del cavaliere è di mancare di onestà intellettuale e di rigettare sul cavallo la responsabilità delle difficoltà incontrate per non dover riconoscere, di fronte agli altri e a se stesso, che esse hanno più spesso per origine la sua ignoranza e la sua mancanza di destrezza?
Quando non è abbastanza guidata dall'intelligenza che, unica, permette di controllare e dominare gli istinti, l'equitazione ha sempre formato e forma sempre, ahimè, troppa gente pretenziosa e brutale. Sarebbe questa una tradizione da perpetuare?
Per secoli la pratica è stata assolutamente predominante, producendo talvolta teorie che, non essendo state passate al setaccio della ragione, non avevano quasi come scopo che di tentare di giustificare la pratica, a posteriori.
Ma il buon senso insegna che la teoria deve al contrario precedere la pratica la quale permette successivamente di verificare sperimentalmente il buon fondamento della teoria ed, eventualmente, di farne scoprire le insufficienze o gli errori.
Un filosofo ha detto: «Se non si vive come si pensa si finisce per pensare come si vive».
Propongo alla meditazione del lettore-cavaliere la parafrasi equestre di questa formula: «Se non si monta a cavallo come si pensa che bisogna montare, si finisce per pensare che bisogna montare come si fa»."
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